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ubi ius ... ubi societas
Deontologia forense e professione di avvocato tramite internet


L'Ordine degli Avvocati di Milano, nella seduta del 2 ottobre 2000, aveva stabilito alcuni importanti principi, in materia di consulenze legali on line.
A tal fine internet è stato definito come "vero e proprio luogo di incontro cui ciascuno può accedere tramite il proprio computer".
Il superiore principio, è coerente con l'attuale processo di trasformazione della professione forense, avviato dai recenti interventi normativi.
E' a tutti nota la posizione dell'Unione europea sulle professioni intellettuali, ritenute assoggettate alla normativa sulle attività d'impresa nel settore dei servizi intellettuali.
E' sufficiente a tal fine ricordare la Direttiva 92/50/CEE del 18.6.92 sugli appalti di servizi.
Non solo, da ultimo, la Direttiva sul commercio elettronico, numero 2000/31/CE dell'8 giugno 2000, all'art.8, dedicato alle "Professioni regolamentate", impegna gli Stati europei a provvedere "...affinché sia autorizzato l'impiego di comunicazioni commerciali che costituiscono un servizio della società dell'informazione o ne sono parte, fornite da chi esercita una professione regolamentata ..."
Nel su citato parere del Consiglio dell'Ordine di Milano venivano evidenziati i 2 più frequenti quesiti che interessano la materia in oggetto:

1) apertura di un "sito Internet" da parte degli avvocati;

2) offerta di consulenza cosiddetta "on-line".
Quanto al primo punto, il consiglio si è già espresso con il parere approvato nella seduta del 20 febbraio 1997, che viene riconfermato.
In relazione a quanto si è potuto osservare su Internet in questi ultimi anni, il consiglio ritiene peraltro opportuno ribadire alcuni punti che sembrano non essere stati tenuti nella dovuta considerazione da parte dei colleghi, e in particolare:
a) non può essere consentita l'indicazione nominativa dei clienti, neppure nel caso esista il loro consenso;
b) quanto alle "specializzazioni", si ricorda che non può il collega autoattribuirsi qualificazioni positive che non derivino da titoli di studio (laurea) o di carriera universitaria (titolare di cattedra in materia giuridica).
E' consentito al collega indicare i settori del diritto nei quali opera prevalentemente (esempio: civile, penale, amministrativo, tributario, fallimentare, diritto del lavoro ecc.), evitando peraltro un'elencazione di tutto lo scibile e di tutte le "materie", che costituirebbe vanteria reclamistica da evitare.

Assai più delicato il problema, di cui al punto 2, anche perché esso si riferisce a una situazione esplosa negli ultimi anni e in relazione alla quale non è possibile trovare una specifica disciplina nel codice deontologico né specifiche decisioni o pareri da parte del consiglio dell'ordine, che non può, peraltro, di fronte alle legittime richieste dei colleghi, non affrontare il problema.



Per risolverlo è da tenere presente innanzitutto che caratteristica di Internet è l'aver creato un vero e proprio "luogo di incontro" cui ciascuno può accedere tramite il proprio computer, ricercando non solo le notizie che gli interessano (proprio a tal fine il consiglio dell'Ordine di Milano ha da poco istituito un proprio sito, ricco di notizie utili per i colleghi), ma anche contattare, interloquendo via e-mail, quei soggetti che già conosce o che, mai prima visti o sentiti, appaiono comunque avere da offrire qualcosa (che può essere un bene, così come un servizio) di suo interesse, ma tale contatto, così come l'eventuale successivo negozio che ne derivi (sia esso di compravendita, di mandato, di consulenza professionale), scaturisce sempre da un'iniziativa dell'utente: sotto questo punto di vista, da ritenersi essenziale, il cdo ritiene che l'offerta di consulenza "via Internet" debba essere tenuta distinta dalla pubblicità vietata dal codice deontologico, in quanto la pubblicità prevede un'esibizione del prodotto, del servizio reclamizzato, tramite manifesti o tramite mezzi di comunicazione di massa (giornali, radio, tv), esibizione che è imposta, spesso (come negli spot televisivi), in modo disturbante a chi su quel veicolo cerca tutt'altro.
Sotto questo profilo ritiene il cdo che, una volta entrato in vigore l'articolo 17 del cd, nel rispetto dei principi di correttezza, lealtà e soprattutto di decoro professionale, che non possono subire variazioni nel tempo, l'offerta di consulenze legali via Internet non rappresenti qualcosa di radicalmente diverso rispetto, per esempio, all'invio, certamente deontologicamente lecito nei limiti di cui si è già detto, di brochures, posto che queste non sono altro che una vera e propria dichiarazione di disponibilità ( e di volontà) del collega, che le invia, a essere contattato dai nuovi clienti, per offrire loro la propria consulenza legale.
Che poi quest'ultima avvenga personalmente, a mezzo telefono, lettera, fax o e-mail, appare a questo consiglio assolutamente indifferente da un punto di vista deontologico.
Ritiene dunque il Consiglio che l'offerta di consulenze on-line non rientri nelle ipotesi disciplinate dall'art. 18 (che è riferito a offerte di servizi a mezzo "stampa o altri mezzi di diffusione") e dall'art. 19 ("offerta di prestazioni professionali a mezzo agenzie, procacciatori o altri mezzi illeciti"): non occorre spendere parole per escludere Internet da questa definizione.
Resta invece da escludersi la possibilità di consulenza da parte di colleghi tramite "siti Internet" gestiti da terzi ("società di servizi", associazioni ecc.).
Naturalmente deve, a maggior ragione, essere scrupolosamente rispettata la dignità professionale e il divieto di accaparramento di clientela.
E, dunque, da una parte devono essere evitate "vanterie" sulla rapidità o qualità della consulenza, sulle percentuali di vittorie delle cause, così come ogni "garanzia di risultato"; è da ritenersi vietata l'offerta di consulenze gratuite, ma anche l'indicazione specifica delle tariffe che si intendono applicare, salvo le stesse non si sostanzino in un semplice richiamo a quelle forensi in vigore; caso per caso, potrà il collega, dopo essere stato contattato dal potenziale cliente, concordare anche via e-mail con lo stesso il criterio di determinazione dei suoi onorari.
In conclusione, le consulenze legali on line e le informazioni sull'attività degli studi legali, contenute in uno strumento qual è Internet, non costituiscono illecito disciplinare, sulla base dell'attuale codice deontologico, anzi,esse si pongono in assoluta coerenza con l'evoluzione della professione forense, come risulta dalla normativa comunitaria.
A supporto di questa ultima argomentazione, arriva, finalmente, una specifica disposizione da parte del Consiglio Nazionale Forense Italiano, che nella recente seduta del 26/10/2002 ha recepito tutte le superiori disposizioni.
Invero, in tale seduta il CNF ha disciplinato e modificato l'art. 17 del codice deontologico forense rendendo così pacifica e regolare la consulenze a mezzo internet.
Tale novella può essere visionata accedendo al codice deontologico




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